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C'è un'energia silenziosa e densa di mistero che promana da questi oggetti devozionali, quasi richiamassero l'aurea divina ma rendendola comprensibile all’uomo: passati di mano in mano nei decenni, si sono caricati come pile della forza della fede che era dei loro possessori; di mistico slancio che albergava in quei cuori; del desiderio sincero e ingenuo - e per questo ancor più puro, dunque vero di per sé - di comunicare con l'alto. Quasi fossero smartphone ante litteram, tramiti verso il venerato ma inconoscibile, chissà se venerato proprio perché inconoscibile se non attraverso le vie della preghiera, dell'orazione.

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E proprio come fossero smartphone, il recupero di queste vestigia del credo s'arricchisce, in sede di restauro, d'inserti in pcb; la modernità tecnologica invade il terreno del rito senza tempo né volto, perché è il gesto - anzi la rievocazione del gesto - in sé ad avere valore, e la sua ri-attualizzazione diventa l'escamotage per una ri-utilizzazione in forme artistiche.